Diritto pubblico delle multinazionali

Eravamo in tanti a manifestare, a Roma, il 7 maggio, contro il TTIP.

il Bundestag e la proiezione del TTIPleak di Greenpeace
il Bundestag e la proiezione del TTIPleak di Greenpeace

Transatlantic Trade and Invesment Partnership, un titolo altisonante, dall’aroma euro-atlantico, che fa pensare all’Andrea Doria che è una freccia nell’Oceano, allo Spirit of Saint Louis di Lindbergh, alle Liberty Ships che portano i G.I. Joe che sbarcano ad Anzio, alla Fiat che va in America a comprarsi la Chrysler a vendersi le sue grosse 500 anabolizzate, al gusto dolciastro del cheeseburger comprato al McDonald sotto casa.

Si è parlato tanto del TTIP, in queste ultime settimane. Nei giorni immediatamente precedenti la manifestazione, infatti, grazie ad qualche accorto whistleblower, Greenpeace aveva reso pubbliche circa 250 pagine di documenti riservati, con la descrizione dettagliata della posizione delle delegazioni UE ed  USA rispetto alla quasi totalità dei punti oggetto di trattativa. E, da queste carte, qualche notizia interessante era venuta fuori, specialmente in merito alla scarsissima capacità della delegazione europea di mantenere quei “principi” ai quali, secondo Cecilia Malstrom, commissaria UE al Commercio, non si sarebbe mai venuti meno, in materia di tutela degli interessi europei alla protezione delle proprie eccellenze agricole, e del mantenimento degli standard di sicurezza alimentare.

E se ne è parlato molto anche dopo il 7 maggio, del TTIP, perché la manifestazione è stata un successo, con trentamila persone scese in piazza in una capitale sedata e sfinita da anni di campagne elettorali, emergenze migratorie, scandali e dimissioni illustri, commissari ad acta e prefetti coi superpoteri, e nonostante la cortina di silenzio alzata dal mainstream del circo mediatico nazionale, sempre pronto a difendere la tesi governativa secondo cui il trattato era e continua ad essere “una grandissima opportunità per il Paese”.

Alla fine, questo TTIP, una roba tecnica, noiosa, astrusa, il perfetto opposto di una qualunque notizia “sexy”, buona per le pagine sempre più trash dei grandi quotidiani nazionali, diventa un argomento di cui parla, addirittura, il comico-antisistema-montante-di-turno-in-prima-serata, il vate, il Crozza. A cui, magari, scappa qualche passaggio non inattaccabile, ma provaci tu a far ridere con un pomodoro IGP e un trattato commerciale.

Ed è a quel punto che è finita.

Perché il bello del TTIP è che, di tutti gli argomenti che puoi usare per dire che è una vergogna, ce n’è uno che è talmente nascosto, e talmente tecnico, che alla fine ti butti sul san Marzano. E invece c’è di peggio.

E il peggio è il cosiddetto ISDS – Investor State Dispute Settlement, ossia il modo in cui gli “investitori” e gli stati risolvono le loro dispute. E’ l’ISDS che, persino nella versione finto-edulcorata – l’Investment Court System – che la Commissione UE sta spacciando come un “grande progresso”, consente alle grandi imprese di far causa agli stati che abbiano l’impudenza di fare quello per cui sono costituiti, legiferare e regolamentare.

Col risultato che la Philip Morris può chiedere 25 milioni di dollari all’Uruguay perché ha stabilito di vendere le sigarette con l’obbligo di esibire immagini “forti” sui pacchetti di Marlboro, che la TransCanada può chiedere 15 miliardi di dollari agli USA per la mancata autorizzazione del progetto di costruzione di un oleodotto, che la Lone Pine può chiedere 109 milioni di dollari al Canada per la revoca di un’autorizzazione alla ricerca di idrocarburi sotto il letto di un fiume, che la Vattenfall può chiedere 1,4 miliardi di euro alla municipalità di Amburgo perché ha adottato nuovi standard di protezione ambientali che incidono sui costi  di costruzione di una centrale elettrica a carbone. Chi volesse farsi una risata, ci sono decine e decine di casi come questi da raccontare, basta cercarli sul sito della Banca Mondiale[1] che monitora l’andamento di questo tipo di procedure arbitrali.

Perché di questo, alla fine, si tratta, di meccanismi di procedure arbitrali che, attraverso il recepimento dei trattati commerciali, ed in violazione di qualunque regola costituzionale sulle procedure di modifica degli assetti istituzionali e dei principi generali dei nostri ordinamenti giuridici, instaurano una nuova branca del diritto, il diritto pubblico delle multinazionali, quel diritto che vede la sua affermazione giudiziaria non nelle aule di un tribunale di stato, ma nelle salette riservate di collegi arbitrali in cui gli arbitri sono avvocati specializzati in commercio internazionale che, tra un arbitrato e l’altro, vivono di ricche consulenze pagate per lo più da quegli investitori di cui devono decidere le controversie che sorgono quando un qualunque ente pubblico ha la fenomenale idea di regolamentare qualcosa, qualunque cosa, introducendo norme o adottando provvedimenti che possano anche solo in via teorica “ledere le legittime aspettative di profitti futuri” delle grandi compagnie.

E non è solo di TTIP, che parliamo, perché questo tipo di clausole sono ormai uno standard in tutti i trattati bilaterali o multilaterali come il NAFTA, il TPP, il CETA, o i tanti accordi bilaterali adottati negli ultimi anni dopo il fallimento dei negoziati “globali” stile WTO, e perché, infine, proprio mentre in Europa ci battiamo contro un trattato che, forse, le singole vicende elettorali di alcuni Paesi riusciranno comunque a bloccare, dobbiamo assistere alla sorpresa finale.

E la sorpresa è questo documento Una richiesta, da parte di cinque stati della UE, di introdurre analoghi meccanismi di protezione degli investitori anche nei rapporti tra questi e i singoli stati membri dell’Unione.

Mentre cerchiamo di difendere l’Europa dalla minaccia della nuova NATO economica, l’Europa stessa si minaccia da sé, proponendo l’introduzione, al suo interno, di quelle stesse clausole contro le quali in tanti ci stiamo battendo, nell’estremo tentativo di porre un fine all’inarrestabile processo di erosione del potere statuale da parte di quelle grandi corporation che sono ormai destinate a raccogliere i vessilli imperiali dei prossimi decenni, e che stanno sistematicamente raccogliendo quei surplus finanziari che sono la faccia nascosta di quell’eccesso di debito che è ormai la cronica patologia di un qualunque bilancio pubblico.

In America, appena pochi mesi fa, la Apple ha sfidato l’FBI, rifiutandosi, persino in giudizio, di rendere disponibili le chiavi crittografiche richieste dal Bureau per la decifratura del contenuto di un Iphone sequestrato a un uomo sospettato di attività terroristiche. Dobbiamo ragionare bene, su che cosa implichino simili passaggi, perché il tempo passa in fretta.

[1] https://icsid.worldbank.org/apps/ICSIDWEB/Pages/default.aspx

Benvenuti

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Se siete arrivati qui, è un caso. Questo, infatti, non è un blog, ma solo un sito di sperimentazione che sto utilizzando per imparare a fare errori a spese mie e non di altri. Di cui mi occuperò, prima o poi. Benvenuti, comunque. Se siete arrivati qui è perché, come il panda qui sopra, anche voi state vagando per una foresta in una giornata di nebbia.